Prevenzione terremoti: ci votiamo ai santi

PREVENZIONE TERREMOTI: CI VOTIAMO AI SANTI
Soldi pubblici del comune di Gioia del Colle spesi per chiedere protezione ai santi

San Filippo Neri,

E’ già stata data notizia sul blog nazionale UAAR, ma vorrei spendere qualche parola in più sulla questione, dal momento che ci riguarda da vicino.

La mossa del sindaco è costata cara alla cittadinanza di Gioia del Colle, che ha perso l’ennesima occasione per trasformare il denaro pubblico, cioè di tutti, in un concreto miglioramento dei servizi cittadini. Il sindaco ha preferito, infatti, sacrificarlo ad un materialismo religioso che non è di tutti, e secondo me neanche della Religione, quella Religione che dovrebbe maturare nella sfera personale, lontana da ogni forma di idolatria e materialismo, per altro condannati dalla Bibbia stessa (Esodo 20,2-17). Ma mettendo da parte le questioni religiose, che ogni fedele risolverà per conto proprio, preme marcare il mancato rispetto di (ancora più) importanti questioni di carattere etico, economico e legislativo.

Cominciamo dalla questione etica fondamentale, quella che assurge a principio di uguaglianza tra esseri umani. Alla inaugurazione il Sindaco si è rivolto alla cittadinanza con queste parole:

“L’iniziativa di questa sera non ha una valenza soltanto religiosa, ma ha una valenza anche civica, sociale, educativa. […] San Filippo Neri è un santo che è riuscito ad unire tutti e dobbiamo continuare ad onorarlo.”

Occorre chiarire che, al contrario di quanto afferma il sindaco Piero Longo, un santo non può rappresentare una popolazione pluralista ed eterogenea come quella di Gioia, formata da cittadini che perseguono altre credenze religiose e da cittadini che non ne perseguono affatto. Non si capisce, infatti, come la caratteristica spirituale di un santo, cioè la sua capacità di fare miracoli – prerogativa esclusiva della religione cattolica – possa far parte del bagaglio culturale e della visione del mondo di un non credente, o della cosmologia di un pagano. Occorre chiarire inoltre che diverse concezioni filosofiche o religiose possono condividere lo stesso sistema di valori, come ad esempio la famiglia, la solidarietà, il rispetto reciproco, il senso civico, la legalità. Proprio in rispetto di questa pluralità di idee, che sono condivise ma che possono anche non esserlo, non è pensabile racchiudere tutto in un simbolo che è rappresentativo soltanto di una sola visione del mondo. Sono valori che non qualificano esclusivamente la religione cattolica, ma anche il mondo della non credenza e di altre forme di credenza.

E’ qui che viene a mancare la prima grande forma di rispetto: un’icona cristiana cattolica, inserita in un luogo pubblico adducendo come motivazione ufficiale un “miracolo”, pagata con soldi di credenti e non credenti, che viene ritenuta rappresentativa di tutti.
Ritenere valida un’affermazione del genere, significa squalificare, ignorare, ritenere meno importanti tutti gli altri sistemi di credenze e non credenze, significa forzarli a ritenersi parte di qualcosa alla quale, in realtà, si è completamente estranei.
A questo punto ci si chiede se il sindaco sarebbe disposto ad accettare, quale simbolo rappresentativo della collettività, un Albero di Yule, anch’esso non certo esente dall’aver portato alla popolazione benefici di ogni tipo.

La seconda questione ha un carattere prettamente economico. In tempi di crisi come questo è ancora più sentita l’esigenza di misurare con saggezza la spesa pubblica per colmare le grandi lacune dei servizi pagati dai cittadini e messi a loro disposizione.
E’ il caso del problema della sanità, delle infrastrutture di viabilità, dell’adeguamento antisismico, della bonifica dei terreni. C’è molto da fare per migliorare concretamente la fruibilità dei servizi di un paese, ed è assurdo convogliare i flussi di denaro pubblici per erigere icone religiose che potrebbero, anzi dovrebbero, essere erette tramite offerte volontarie dei fedeli.

L’ultima questione è di carattere legislativo. Il Sindaco, infatti, non è tenuto – per legge – a far gravare scelte di carattere religioso sui fondi pubblici. E lo dice l’articolo 20 della Costituzione, puntualmente calpestata e maltrattata quando si tratta di favorire la religione cattolica.

Francesco Fiore

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